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Rigetto #2

Just a few random limes, 2 o’clock in the morning.

Ok, sono sul cesso, penso quasi completamente nudo, ma questo non è poi così importante. É più importante il fatto che sono ubriaco, e soddisfatto, e quasi felice che nel mio piccolo ho trovato anche qui – lontano da casa e dall’inizio di questa storia – qualcuno che possa quasi chiamare amico, anche se alla fine ancora un po’ ce ne vuole e comunque chi può dire cosa sia un amico dopo tutte queste tazze di rum, peraltro di buona qualità direi, per quanto poco ne sappia di quale sia la qualità del rum. E‌ poi bam, come se la musica non fosse già speciale, questo elton john sparato sulle corde della tranquillità. E chi ti esce dopo maledetto disperato random di spotify è proprio mark knopfler, è proprio romeo and juliet, è proprio questo bernese (è davvero bernese come mi dicono?), questa juliet così distante e così vicina a quello che sei stata e a quella che ancora ti penso, e la sua voce è davvero qualcosa di straordinario, un balsamo, una palla da volley su una spiaggia appena prima che arrivi la sera, ma davvero tutto questo è inspiegabile e incredibile se non che davvero sembra che uno dei miei sogni sia un passo più vicino ad avverarsi, anche se non è il sogno a cui tenevo di più, essendo quello di averti accanto a lungo termine.

Ciononostante, e la musica continua ad essere bellissima e a porgermi qualche mattone di padova vecchia, qualche lacrima random, e mi sento che quasi potrei piangere, e piango, e mi sento che quasi potrei vomitare per quanto ho bevuto, finalmente quasi potrei dire.

E mi manchi, ancora.

Common people

Quando Mattia esce dal portone della casa di Federica l’aria della sera è così limpida e pungente da togliergli il fiato per un istante.‌ Ha quasi smesso di nevicare; un sottile strato di polvere cristallina ha coperto giardini e marciapiedi. ‌Mattia è incerto se sfiorarla con i piedi per vedere come si muove, o lasciarla inviolata e continuare a scrutarne i riflessi effimeri che scorrono veloci al suo fianco. Prende una direzione a caso, guidato dall’istinto. Sente una vulnerabile leggerezza dentro, minacciata dai pensieri che si affastellano l’uno sull’altro al cui dilagare peraltro non può opporre resistenza.

Mattia è assolutamente certo di non controllare le sue gambe mentre queste si avviano per i primi gradini delle scale. La sta ancora guardando, la testa un po’ girata verso sinistra, mentre lei rientra veloce in casa e richiude la porta in un unico gesto. Forse quello che mormora – è già al terzo o quarto gradino e l’apertura della porta lascia vedere solo metà del suo viso – è un ‘Buonanotte, Fede’, ma già alla fine della rampa non ne è più tanto sicuro.

Al semaforo una macchina sportiva ruggisce aggressiva. Ci sono tre ragazze dall’altro lato, forse stanno andando a una festa. Mattia controlla la direzione da prendere sul telefono, anche se gli sembra di aver visto il parco che hanno costeggiato poche ore prima, ma non c’è ragione per non assicurarsene. È proprio quello, e lo incontra dopo aver passato l’incrocio, sulla sua destra, enorme distesa bianca illuminata a giorno – chissà perché – da un riflettore alto forse venti metri. Non c’è nessuno per quelle strade, e Mattia ne è quasi felice. È a suo agio in quella notte che ha congelato il quartiere in una calma apparente, la stessa che avvolge e appanna la sua mente.

Lei è distaccata come al solito, o perlomeno è così che lui la percepisce, e forse è la memoria a tradirlo inserendo tra le sinapsi il ricordo condizionato di quando il contatto tra loro era normale;‌ ma l’abbraccio è reale, e Mattia sente la trama del maglione di lana tra i suoi polpastrelli e la schiena di lei, ed è come toccare la trama di un sogno.

Quando arriva alla stazione scopre che invece del treno dovrà prendere un autobus, il quale oltre a partire dal lato opposto della stazione ci impiegherà parecchio tempo in più per portarlo a casa. Un piccolo contrattempo, che in un altro momento lo avrebbe senza dubbio irritato, ora non è che un altro espediente che stasera dilata il tempo esterno fino a farlo combaciare con il tempo dei suoi pensieri. Sull’autobus, a quell’ora, non c’è molta gente. Mattia si rannicchia nel suo posto preferito, quello subito dietro la porta di mezzo. La paratia di plexiglas lo separa da una donna che scende frettolosamente e forse scocciata dall’aria fredda che l’attende sul marciapiede, lo separa da un giovane che sale qualche fermata dopo, le labbra ancora lucide del bacio che gli ha lasciato la ragazza per salutarlo sulla banchina della fermata. Lei è giovanissima, poco più che una bambina; e i suoi occhi tondi continuano a fissare il ragazzo anche dopo che le porte si sono chiuse, e l’autobus riparte lento.

Mentre l’acqua si precipita giù per lo sciacquone Mattia percepisce vagamente di voler fermare il tempo, di volere ancora cinque minuti per vederla, per osservarne il volto, per cercare in quei lineamenti ancora così normali la risposta alle domande che non si è mai posto. Ma poi l’acqua è di nuovo calma in fondo al water, e lui è nel corridoio, dove lascia una mezza battuta rilassata a una coinquilina il cui nome di certo non serve provare a ricordare, dove intravede nello spiraglio lasciato aperto dalla porta di Federica qualche foto di lui, sorridente, attaccata all’armadio.

Mattia adora il buio, e il buio questa sera è come una coperta che lo protegge dagli sguardi degli altri. Trova il tempo di ascoltare qualche messaggio di amici ignorati, mentre l’autobus percorre le grosse arterie di periferia che ha fatto spesso in bicicletta, in autunno, quando il tempo era molto più clemente, e si usciva ancora di casa per andare al bar o a un ristorante. Nonostante l’ebbrezza di aver rivisto Federica non l’abbia abbandonato, Mattia è tranquillo. Lui ne è sempre più sorpreso, e si ritrova a pensare che non ha senso, e che dovrebbe piuttosto lasciarsi prendere dalla malinconia come tante volte in passato.

Più tardi, mentre si sta lavando i denti in bagno, è turbato da un altro pensiero più profondo. Pensa che del sentimento che provava per‌‌ Federica è rimasto pochissimo, quasi niente. E tutto il dolore che ancora sente è, come sospetta già da tempo, solo rabbia e delusione per non averla amata di più. Pensa che non è mai stato così vicino a richiudere questa ferita, che potrebbe strappare gli ultimi ricordi che lo legano a lei e rimanere con una cicatrice e una storia, bella e brutta, da ricordare solo ogni tanto.

Ma Mattia non conosce altro amore che non sia la gelosia annegata in un cuscino, la rabbia di colpirsi da solo per far male a qualcun’altro, la solitudine elevata ad armatura, guardare nel cielo la stessa luna che illumina la sua notte, ricordare nel passato gli errori, le mancanze, le cattiverie, e per quelle mordersi le nocche e premersi gli occhi nel cranio fino a non sentire che il dolore fisico. E di questo amore dannato, di cui non sa parlare a nessuno, che detesta per le notti tormentate da sogni cattivi e per i pomeriggi sprofondati nella noia, non può liberarsene; perchè allo stesso tempo non ha ancora trovato nient’altro che gli spieghi così chiaramente a che scopo fare la fatica di vivere ogni giorno.

Aeroportuale

Non avrei mai immaginato che concludere la mia avventura torinese sarebbe stato così facile. I passi sulla passerella sospesa, poi su per la scala, il livello alcolico nel sangue degno di un barbone di via Sacchi alle 10 del mattino, e poi il pushback, approvato in un attimo – meraviglie di un piccolo aeroporto alla fine della giornata operativa – le luci della pista, il motore a pochi metri, se potessi allungare la mano fuori dal finestrino quasi lo toccherei, quest’ippopotamo di metallo rotante rovente che ci spinge su verso le alpi, e poi la virata, i flap che vengono su, tutto come in un film già visto ma sempre amato, se ci fosse un malfunzionamento adesso la morte arriverebbe dolce e rapida come una benedizione nel giorno di Pasqua, soliti pensieri in varietà diversa a seconda del giorno, ora direi angelica, la varietà intendo, e tempo di scrivere due pensieri, di perdersi nelle luci della notte, ed ecco Torino è già lontana, Superga è già lontana, Superga che ancora dall’aeroporto svettava sulla collina nera come un faro, e ora nelle luci delle città colline paesi non c’è già nulla di conosciuto, di questo Piemonte adottivo così poco esplorato, così grande e così ingeneroso nel regalare esperienze ed emozioni.

Però sai cosa, il mare, quello lo si riconosce subito, e altrettanto le luci che gli si spalmano addosso, luci di Genova, porto – aeroporto! – e tutta la costa giù fino a boh, portofino forse, Genova che sembra piccola da quassù, e addormentata, accoccolata sulle colline e nelle valli, Genova la cui ferita non si vede, o forse si intravede, ma chissà cosa è vero e cosa immaginazione, e ora saremo a otto nove diecimila metri da terra e sì, la serata è limpida, il ponte è alto, però l’abbiamo visto solo nelle foto e nei telegiornali.

E poi l’Italia si srotola nelle luci che ne disegnano un’anatomia notturna – La Spezia e il suo golfo, e quelle saranno Massa, e Carrara, e la Toscana, e poi realizzi d’essere sopra al mare, imbuto vuoto che sembra da qui meno scuro dell’appennino, che strano, e però delle luci che intravedi laggiù non puoi che diffidare: saranno luci di nave, o riflessi di sogno, o ricordi di mitologie dimenticate? Te l’ho detto, un battito di ciglia e Torino non c’è più. Il sudore, la morsa dell’amore che sbrana le carni, la noia inacidita dei pomeriggi andati, il gioco, le notti, il canto di una vita che si srotola come una corda di violino tra cortili riarsi e portici bagnati, un tiro in porta, proprio sotto al sette, una penna che scrive sotto le travi di legno di una mansarda al quinto piano, o diecimila metri sopra il Tirreno.

Gelato senza scelta

A tutti piace il gelato. Io ultimamente ho imparato ad apprezzare quello fatto in casa con la gelatiera: è davvero facile, oltre che divertente, e la qualità incredibile. Soprattutto se si riesce a metter le mani sulle uova fresche di qualche amico campagnolo.

Comunque, andare in gelateria è una tradizione da sempre associata a un grande rilascio di serotonina, e anche il solo pensiero mette di buon umore – non solo me, ma penso moltissimi altri.

C’è però una parte del millenario rito che stona – ed è la fatidica scelta, non appena entrati nel refrigerato antro delle meraviglie, dei gusti da mettere sul cono (se prendete la coppetta, non datevi pena di proseguire con la lettura: avete problemi ben più gravi da affrontare).

La scelta divide i palati in mille correnti e controcorrenti, pensieri, religioni e teorie. Faide sanguinolente dividono i puristi delle creme dagli irriducibili della frutta, e terribili battaglie furono combattute sulla linea che divide lo yogurt ai frutti di bosco dal sorbetto ai frutti di bosco.

Senza contare che i nostri tempi vedono un proliferare di varietà astruse d’ispirazione multietnica-multinazionale-multiculturale, nonché colori che spaziano dal verde chiaro al blu cobalto.

La sto facendo lunga, ma il punto è questo: a tutti gli indecisi cronici per cui la ferale scelta getta un’ombra scura sul lubrico atto del gustarsi il proprio gelato, ecco la mia proposta.

Gelateria senza scelta. Il gelataio, di buon mattino, si reca al mercato, o dal suo fornitore di fiducia, sceglie l’ingrediente che lo attrae – quel giorno – di più, e produce una buona misura di una sola varietà di gelato.

Ai clienti, piacevolmente stupiti inizialmente, rimarrà solo da scegliere la dimensione del loro godimento – scelta di ben altro spessore da quella che dà titolo al pezzo. Verranno dunque serviti dell’unico gusto disponibile, quel giorno, nella bottega, potendo così gustare pienamente del meritato gelato. Senza l’ansia d’immaginare la possibilità di una scelta migliore, di un’occasione perduta di assaporare il “caramello indiano edizione limitata”, senza la cupidigia di una disponibilità che sempre oscura le nostre possibilità di sperimentare.

Et voilà, l’idea commerciale è sul piatto. Ora, chi sa, faccia.

Come sempre, i commenti sono i benvenuti. Specie quelli poco costruttivi (di solito i più divertenti).

I Muse non mi sono mai piaciuti

I Muse non mi sono mai piaciuti, ma davvero non mi sono mai dato pena di ascoltarli. Così stamattina, reduce da una notte involontariamente breve, in uno di quei pochi momenti in cui sentirmi grande non mi pesa, ho deciso di fare la mossa da persona matura e li ho messi su su Spotify.

Il discorso era venuto fuori da uno spogliatoio, ma se vogliamo essere sinceri è più legato a queste righe di quanto non potrebbe sembrare. Stephanie Meyer li ringrazia, al termine o al principio di uno o forse di tutti i suoi romanzi della saga di Twilight; romanzi che ho letto per una passione amorosa adolescente mai confessata alla diretta interessata. E a dire il vero a nessun’altro.

Primi di una serie, in realtà, ché frequentare gli interessi intellettuali delle ragazze mi risulta parecchio più facile che frequentare le ragazze stesse.

Riprendendo le fila del discorso, lei li ringrazia, e pur non essendo rimasto particolarmente colpito dalle sua prodezze scrittorie m’è rimasto in testa questo tarlo che i Muse siano una musa ispiratrice per gli scrittori.

Perdonate il pun, ma non sarà l’ultimo.

Sicché, sembrava il modo giusto di cominciare a scrivere qua, che è un po’ che vorrei farlo. “Non sono mai stato un tipo da blog” cominciava il primo tentativo, un paio di mesi fa. Forse questo non è migliore di quello, ma se possiamo essere sicuri di qualcosa è che senza il primo passo non se ne fanno altri, quindi bando alle remore e si pubblichi.

Tanto per avere un argomento – che mi sembra qua non si stia a dire niente – gli obiettivi a lungo termine per questo sito sono, in ordine decrescente di priorità:

  1. Costruire qualcosa di piacevole e godibile, che piaccia a me e possibilmente anche a qualcun altro, foss’anche solo mia cugina o il figlio dell’amica di tua mamma, quello stronzo che non hai mai sopportato ma dovevi far finta di.
  2. Imparare. Per cominciare imparare a fare un sito, che mi direte è una boiata e hai anche una laurea quindi dechestaiaparlà, però io (ma penso tanti altri) se non faccio le cose non ci credo che posso farle, quindi lasciatemi provare.
  3. Raccontare qualcosa di me, a bassa voce e solo per chi è tornato dal lavoro e ha un quarto d’ora in cui vuole svuotare la mente e sciacquarsela con qualche pensiero partorito da un’altra mente che è appena tornata dal lavoro e vuole un quarto d’ora per eccetera eccetera.

A breve termine, invece, mi riprometto di pubblicare almeno qualcosa a settimana; che sia un video sulla crescita della mia pianta grassa o un pezzo di cronaca leggera redatto con encomiabile abilità.

Vorrò sperimentare con i grandi mezzi che WordPress mi mette a disposizione, e magari anche con arzigogoli moderni dai nomi strani come “Javascript”; su questo fronte non mi sento però di promettere nulla. Quando si va per il mezzo secolo la testa non è più quella di una volta e, sebbene di lingue ne abbia imparate tante, ormai le ho dimenticate quasi tutte.

Dopo due ore di ascolto ho deciso che i Muse non possono non piacere, e che comunque spaccano. Però, per il momento, passerò ad ascoltare altro.