Quando Mattia esce dal portone della casa di Federica l’aria della sera è così limpida e pungente da togliergli il fiato per un istante. Ha quasi smesso di nevicare; un sottile strato di polvere cristallina ha coperto giardini e marciapiedi. Mattia è incerto se sfiorarla con i piedi per vedere come si muove, o lasciarla inviolata e continuare a scrutarne i riflessi effimeri che scorrono veloci al suo fianco. Prende una direzione a caso, guidato dall’istinto. Sente una vulnerabile leggerezza dentro, minacciata dai pensieri che si affastellano l’uno sull’altro al cui dilagare peraltro non può opporre resistenza.
Mattia è assolutamente certo di non controllare le sue gambe mentre queste si avviano per i primi gradini delle scale. La sta ancora guardando, la testa un po’ girata verso sinistra, mentre lei rientra veloce in casa e richiude la porta in un unico gesto. Forse quello che mormora – è già al terzo o quarto gradino e l’apertura della porta lascia vedere solo metà del suo viso – è un ‘Buonanotte, Fede’, ma già alla fine della rampa non ne è più tanto sicuro.
Al semaforo una macchina sportiva ruggisce aggressiva. Ci sono tre ragazze dall’altro lato, forse stanno andando a una festa. Mattia controlla la direzione da prendere sul telefono, anche se gli sembra di aver visto il parco che hanno costeggiato poche ore prima, ma non c’è ragione per non assicurarsene. È proprio quello, e lo incontra dopo aver passato l’incrocio, sulla sua destra, enorme distesa bianca illuminata a giorno – chissà perché – da un riflettore alto forse venti metri. Non c’è nessuno per quelle strade, e Mattia ne è quasi felice. È a suo agio in quella notte che ha congelato il quartiere in una calma apparente, la stessa che avvolge e appanna la sua mente.
Lei è distaccata come al solito, o perlomeno è così che lui la percepisce, e forse è la memoria a tradirlo inserendo tra le sinapsi il ricordo condizionato di quando il contatto tra loro era normale; ma l’abbraccio è reale, e Mattia sente la trama del maglione di lana tra i suoi polpastrelli e la schiena di lei, ed è come toccare la trama di un sogno.
Quando arriva alla stazione scopre che invece del treno dovrà prendere un autobus, il quale oltre a partire dal lato opposto della stazione ci impiegherà parecchio tempo in più per portarlo a casa. Un piccolo contrattempo, che in un altro momento lo avrebbe senza dubbio irritato, ora non è che un altro espediente che stasera dilata il tempo esterno fino a farlo combaciare con il tempo dei suoi pensieri. Sull’autobus, a quell’ora, non c’è molta gente. Mattia si rannicchia nel suo posto preferito, quello subito dietro la porta di mezzo. La paratia di plexiglas lo separa da una donna che scende frettolosamente e forse scocciata dall’aria fredda che l’attende sul marciapiede, lo separa da un giovane che sale qualche fermata dopo, le labbra ancora lucide del bacio che gli ha lasciato la ragazza per salutarlo sulla banchina della fermata. Lei è giovanissima, poco più che una bambina; e i suoi occhi tondi continuano a fissare il ragazzo anche dopo che le porte si sono chiuse, e l’autobus riparte lento.
Mentre l’acqua si precipita giù per lo sciacquone Mattia percepisce vagamente di voler fermare il tempo, di volere ancora cinque minuti per vederla, per osservarne il volto, per cercare in quei lineamenti ancora così normali la risposta alle domande che non si è mai posto. Ma poi l’acqua è di nuovo calma in fondo al water, e lui è nel corridoio, dove lascia una mezza battuta rilassata a una coinquilina il cui nome di certo non serve provare a ricordare, dove intravede nello spiraglio lasciato aperto dalla porta di Federica qualche foto di lui, sorridente, attaccata all’armadio.
Mattia adora il buio, e il buio questa sera è come una coperta che lo protegge dagli sguardi degli altri. Trova il tempo di ascoltare qualche messaggio di amici ignorati, mentre l’autobus percorre le grosse arterie di periferia che ha fatto spesso in bicicletta, in autunno, quando il tempo era molto più clemente, e si usciva ancora di casa per andare al bar o a un ristorante. Nonostante l’ebbrezza di aver rivisto Federica non l’abbia abbandonato, Mattia è tranquillo. Lui ne è sempre più sorpreso, e si ritrova a pensare che non ha senso, e che dovrebbe piuttosto lasciarsi prendere dalla malinconia come tante volte in passato.
Più tardi, mentre si sta lavando i denti in bagno, è turbato da un altro pensiero più profondo. Pensa che del sentimento che provava per Federica è rimasto pochissimo, quasi niente. E tutto il dolore che ancora sente è, come sospetta già da tempo, solo rabbia e delusione per non averla amata di più. Pensa che non è mai stato così vicino a richiudere questa ferita, che potrebbe strappare gli ultimi ricordi che lo legano a lei e rimanere con una cicatrice e una storia, bella e brutta, da ricordare solo ogni tanto.
Ma Mattia non conosce altro amore che non sia la gelosia annegata in un cuscino, la rabbia di colpirsi da solo per far male a qualcun’altro, la solitudine elevata ad armatura, guardare nel cielo la stessa luna che illumina la sua notte, ricordare nel passato gli errori, le mancanze, le cattiverie, e per quelle mordersi le nocche e premersi gli occhi nel cranio fino a non sentire che il dolore fisico. E di questo amore dannato, di cui non sa parlare a nessuno, che detesta per le notti tormentate da sogni cattivi e per i pomeriggi sprofondati nella noia, non può liberarsene; perchè allo stesso tempo non ha ancora trovato nient’altro che gli spieghi così chiaramente a che scopo fare la fatica di vivere ogni giorno.