MonthJuly 2019

Writing mediocre books is completely fine

Debut novel of Gail Honeyman, and winner of the 2017 Costa First Novel Award, Eleanor Oliphant is completely fine is more or less what you would expect from its overstretched title: an undemanding, funny and not particularly solid modern fairy-tale.

The first chapters won’t fail to intrigue you, in what is a genuinely fresh take on first-person narrative. Eleanor has a normal job, and lives a life that – albeit very solitary – many can relate to. The peculiarities start to emerge as soon as you get to know her better. At first it’s just some weirdly precise sentences, then a line of thought that feels a little over-the-top. And then you realize that Eleanor isn’t just your day-to-day unreliable narrator. She is utterly crazy.

Till here, nothing wrong. But then, the story starts to complicate and blurry; partly because we certainly want to know where her madness comes from.

Unfortunately, that of the trauma buried in Eleanor’s past is a story that wiggles between obscurity and insignificance, and you most likely won’t be surprised when the gran finale is revealed, many pages too late for it to still have any interest.

But the major fault of the novel is that, after introducing a genuinely amusing and peculiar character, Eleanor is left alone to run from birthday party to funeral party; and even if many times the result is enjoyable, a certain lack of care means that her fitting whims and oddities slowly but surely slide into a mess of prosaic idiocy and, equally out of character, perfectly sane and lucid behaviour.

She is, I’ll say it again, an excellent comic character; unfortunately she never arises to be a credible person.

Roaming around Eleanor there are some really interesting supporting characters that suffer, to a lesser extent, of her same disease: they are light and fun and a shadow of humanity, that almost never materializes, surrounds them. Of all, Raymond, with his lack of self-care and that stupid way we grown men have to look at girls as if we were still in high school… is personally the most likeable guy in the book.

Am I recommending this one? If you have low-value time to spare (like a train commute, or waiting for your sister to finish her dance lesson) it may be a nice read to decompress a little. But if you get bored before too much, don’t say I didn’t warn you.

Gelato senza scelta

A tutti piace il gelato. Io ultimamente ho imparato ad apprezzare quello fatto in casa con la gelatiera: è davvero facile, oltre che divertente, e la qualità incredibile. Soprattutto se si riesce a metter le mani sulle uova fresche di qualche amico campagnolo.

Comunque, andare in gelateria è una tradizione da sempre associata a un grande rilascio di serotonina, e anche il solo pensiero mette di buon umore – non solo me, ma penso moltissimi altri.

C’è però una parte del millenario rito che stona – ed è la fatidica scelta, non appena entrati nel refrigerato antro delle meraviglie, dei gusti da mettere sul cono (se prendete la coppetta, non datevi pena di proseguire con la lettura: avete problemi ben più gravi da affrontare).

La scelta divide i palati in mille correnti e controcorrenti, pensieri, religioni e teorie. Faide sanguinolente dividono i puristi delle creme dagli irriducibili della frutta, e terribili battaglie furono combattute sulla linea che divide lo yogurt ai frutti di bosco dal sorbetto ai frutti di bosco.

Senza contare che i nostri tempi vedono un proliferare di varietà astruse d’ispirazione multietnica-multinazionale-multiculturale, nonché colori che spaziano dal verde chiaro al blu cobalto.

La sto facendo lunga, ma il punto è questo: a tutti gli indecisi cronici per cui la ferale scelta getta un’ombra scura sul lubrico atto del gustarsi il proprio gelato, ecco la mia proposta.

Gelateria senza scelta. Il gelataio, di buon mattino, si reca al mercato, o dal suo fornitore di fiducia, sceglie l’ingrediente che lo attrae – quel giorno – di più, e produce una buona misura di una sola varietà di gelato.

Ai clienti, piacevolmente stupiti inizialmente, rimarrà solo da scegliere la dimensione del loro godimento – scelta di ben altro spessore da quella che dà titolo al pezzo. Verranno dunque serviti dell’unico gusto disponibile, quel giorno, nella bottega, potendo così gustare pienamente del meritato gelato. Senza l’ansia d’immaginare la possibilità di una scelta migliore, di un’occasione perduta di assaporare il “caramello indiano edizione limitata”, senza la cupidigia di una disponibilità che sempre oscura le nostre possibilità di sperimentare.

Et voilà, l’idea commerciale è sul piatto. Ora, chi sa, faccia.

Come sempre, i commenti sono i benvenuti. Specie quelli poco costruttivi (di solito i più divertenti).

I Muse non mi sono mai piaciuti

I Muse non mi sono mai piaciuti, ma davvero non mi sono mai dato pena di ascoltarli. Così stamattina, reduce da una notte involontariamente breve, in uno di quei pochi momenti in cui sentirmi grande non mi pesa, ho deciso di fare la mossa da persona matura e li ho messi su su Spotify.

Il discorso era venuto fuori da uno spogliatoio, ma se vogliamo essere sinceri è più legato a queste righe di quanto non potrebbe sembrare. Stephanie Meyer li ringrazia, al termine o al principio di uno o forse di tutti i suoi romanzi della saga di Twilight; romanzi che ho letto per una passione amorosa adolescente mai confessata alla diretta interessata. E a dire il vero a nessun’altro.

Primi di una serie, in realtà, ché frequentare gli interessi intellettuali delle ragazze mi risulta parecchio più facile che frequentare le ragazze stesse.

Riprendendo le fila del discorso, lei li ringrazia, e pur non essendo rimasto particolarmente colpito dalle sua prodezze scrittorie m’è rimasto in testa questo tarlo che i Muse siano una musa ispiratrice per gli scrittori.

Perdonate il pun, ma non sarà l’ultimo.

Sicché, sembrava il modo giusto di cominciare a scrivere qua, che è un po’ che vorrei farlo. “Non sono mai stato un tipo da blog” cominciava il primo tentativo, un paio di mesi fa. Forse questo non è migliore di quello, ma se possiamo essere sicuri di qualcosa è che senza il primo passo non se ne fanno altri, quindi bando alle remore e si pubblichi.

Tanto per avere un argomento – che mi sembra qua non si stia a dire niente – gli obiettivi a lungo termine per questo sito sono, in ordine decrescente di priorità:

  1. Costruire qualcosa di piacevole e godibile, che piaccia a me e possibilmente anche a qualcun altro, foss’anche solo mia cugina o il figlio dell’amica di tua mamma, quello stronzo che non hai mai sopportato ma dovevi far finta di.
  2. Imparare. Per cominciare imparare a fare un sito, che mi direte è una boiata e hai anche una laurea quindi dechestaiaparlà, però io (ma penso tanti altri) se non faccio le cose non ci credo che posso farle, quindi lasciatemi provare.
  3. Raccontare qualcosa di me, a bassa voce e solo per chi è tornato dal lavoro e ha un quarto d’ora in cui vuole svuotare la mente e sciacquarsela con qualche pensiero partorito da un’altra mente che è appena tornata dal lavoro e vuole un quarto d’ora per eccetera eccetera.

A breve termine, invece, mi riprometto di pubblicare almeno qualcosa a settimana; che sia un video sulla crescita della mia pianta grassa o un pezzo di cronaca leggera redatto con encomiabile abilità.

Vorrò sperimentare con i grandi mezzi che WordPress mi mette a disposizione, e magari anche con arzigogoli moderni dai nomi strani come “Javascript”; su questo fronte non mi sento però di promettere nulla. Quando si va per il mezzo secolo la testa non è più quella di una volta e, sebbene di lingue ne abbia imparate tante, ormai le ho dimenticate quasi tutte.

Dopo due ore di ascolto ho deciso che i Muse non possono non piacere, e che comunque spaccano. Però, per il momento, passerò ad ascoltare altro.