CategoryConnections

ri getto

La mattina procede noiosa, la voglia di lavorare segue la tendenza discendente dell’ultimo periodo raggiungendo nuovi abissi, è già tanto se ho aperto la mail dopo 3 ore di supposto lavoro. Le distrazioni procedono dagli interessi soliti (storia bellica, cibo) alla chat con un’amica anch’essa annoiata dal suo lavoro, al farsi venire qualche idea per le ripetizioni di meccanica razionale, all’annaffiare il basilico che si brucia sotto il sole diretto di giugno (i giugni sono sempre più strani, direi grazie al cambiamento climatico, settimane di grigior pioggioso cedono subitaneamente il passo a giorni d’afa estiva. Per fortuna si dorme ancora bene).

Ecco, metto Mozart. Piano concerto n°9 in E-flat major, 1° movimento.

La colonna sonora della mattinata ha seguito l’irrequietezza della mente, ma mi ha soddisfatto, con un mix di vecchie glorie ripescate – Rammstein’s “Frühling in Paris”, Corey Kilgannon’s “The hollow in retrospect”

  

e qualcosa che stava ascoltando mia sorella [Travis Scott(?)]. Mi piace sempre ascoltare quello che ascolta mia sorella su spotify, penso che nel mio sentimentalismo lo consideri una specie di collegamento che ci avvicina nonostante la prolungata distanza fisica.

Insomma, mia mamma mi scrive qualcosa su whatsapp, riguardo una mail del 2014 in cui avrei sbagliato un futuro inglese (ci scrivevamo in inglese già all’epoca, forse non è così strano). Comunque vado a ricercare le mail del 2014, non le trovo, la mia cartella gmail si tiene solo dal 2016 in poi, penso di averle cancellate per questioni di spazio, poi penso che le ho cancellate per non deprimermi a rileggerle, poi penso che anche nel 2016 ce ne sono di parecchio deprimenti, di email cioè legate a quel periodo di estro e forse felicità che ha combaciato con una serie di trasformazioni frenetiche del mondo intorno a me e con la realizzazione che il mio non avere nessun piano sarebbe inevitabilmente sfociato in un disastro emotivo e che ormai si era troppo tardi per metterci una pezza – o io comunque non ne avevo le energie.

Beh, ormai la frittata è fatta, sono sull’orlo del burrone, e l’attrazione magnetica a sporgersi e guardare di sotto è forte come se vedessi realmente un mare smeraldo che si frange sugli scogli, e non un’arida pagina di browser. Quindi ne leggo un paio, sperando di non farmi troppo male, e quando non riesco più a resistere e mi sembra che nei prossimi 10 secondi mi partirà un embolo vado in camera e mi butto sul parquet e vado di flessioni fino a che non ce la faccio più. Poi penso che sono contento della quarantena e della rinnovata passione per l’attività fisica, che in effetti non avevo mai considerato più di tanto ma bisogna ammettere che tende a calmarmi parecchio, o quantomeno devia l’attenzione della mente dal resto che la tormenta. Richiede quelle minime energie mentali necessarie ad effettuare un’azione, e poi basta, non impone ulteriori pressioni su una coscienza maltrattata. Come ad esempio altri modi di svagarsi, quali leggere un libro o fare un cruciverba.

Decido che non ci sono mail prima del 2016 perché è nel 2016 che mi sono fatto la mail gmail, prima avevo quella dell’università, che di recente sono venuto a sapere essere distrutta, quindi non c’è modo di recuperare quella mail con il presunto errore. Chiedo a mia madre di mandarmela, così vediamo se ho sbagliato davvero.

Televisione spazzatura

“Chi dice ‘io non sono razzista, ma..’ è un razzista ma non lo sa”

Willie Peyote

Il mio snobismo verso la televisione è nato in famiglia. Mio padre dimostrava un quasi politicizzato rigetto dei media (dopotutto, io sono cresciuto negli anni d’oro della Mediaset di Berlusconi), che si stemperava in programmi educativi (SuperQuark) e qualche show intellettualoide con Mentana o Fazio.

Avendo poi abbracciato la liberalizzazione dello streaming, di Netflix e di Youtube (che meriterebbe un analisi a parte, avendo trasformato l’internet e la società dei media per più di una volta all’interno della sua storia poco più che decennale), ho definitivamente abbandonato la scatoletta nera. Che nel frattempo è diventata un nero monolito del genere Odissea nello spazio, ma vabbè.

Ieri ho deliberatamente acceso la poco utilizzata tv del mio appartamento condiviso, ed ero così stanco di queste Domeniche pomeriggio che arrivano inesorabili, con il pacco di camicie da stirare per la settimana e l’incombente fastidio del Lunedì, che mi è mancata persino la forza di attaccare il laptop con uno dei film nella cartella “da vedere”, o Netflix con una delle serie sospese nel limbo del “quando avrò tempo”.

Ferro fumante in mano, mi sono quindi adagiato nello sfogliare i canonici 6 canali – sarebbe stato imprudente per un inesperto del mio calibro spingersi oltre nella rigogliosa selezione che l’attuale iterazione della TV digitale ci propone – soffermandomi dapprima sul terzo. C’era un signore – non giovane, non vecchio – adagiato su un divano, lo studio era disordinato e sfoggiava colori brillanti ma non moderni. In alto a destra, un banner segnalava che a breve si sarebbe trasmesso uno speciale sulla tragedia del ponte Morandi. Ed ecco il conato usuale, il senso di rigetto per questa televisione pervasiva e pubblicitaria, che ricama sulle storie senza aggiungere, senza aiutare la coscienza e la critica pubblica.

Ma, nel frattempo, si parlava di musica, della musica che Genova ha dato all’Italia, e i ritagli di televisione impolverata, una televisione di vinile, si mischiavano alle poche, semplici parole che l’uomo non giovane, non vecchio raccontava a un altro uomo, d’età analogamente indefinita, ma con barba più lunga. Storie di poco impatto, raccontate quasi scherzando, ma con la vena di rispettosa malinconia che il passato impone.

Questi 10 minuti di televisione riservata e gentile, con un sapore d’altri tempi, schiacciata tra la pubblicità degli assorbenti e madri in lacrime esposte alla pubblica compassione, ha fatto affiorare una memoria trascurata.

Quando andavo alle elementari, o forse alle medie, non sono sicuro – c’era un maestro nella mia scuola di cui noi ragazzini dicevamo le peggio cose. Ovviamente non c’era niente di strano nei pettegolezzi, nelle cattiverie e nelle malignità nei confronti del corpo insegnante, e certamente ad alcuni più d’altri toccava il grosso dell’attenzione dei ragazzi. Ma il maestro di cui parlo era bersaglio di denigrazioni subdole e forse – purtroppo – significative di quello che siamo senza le briglie della cultura. Si diceva che portasse il parrucchino per celare la calvizie, si diceva che fosse gay, e qualcuno raccontava che addirittura vivesse con un altro, con un uomo.

E io, che tra tutti i ragazzini ero probabilmente quello più sfigato, anche io andavo dietro a tutti e ne sparlavo, con disprezzo e quel senso di superiorità non opinabile. Non mi sono mai chiesto se ci fosse del giusto in quello che facevo. No, aspetta: me lo sono certamente chiesto. Ma invece di cercare una risposta un pelo più a fondo, ho continuato a vivere la mia vita di tutti i giorni, che comprendeva lo scherno collettivo verso il diverso tanto quanto la merenda o l’obbligo di lavarsi i denti.

Let’s talk names

Mi piace l’idea delle “Categorie”. Durante la scrittura di un nuovo pezzo è utile mettere dei paletti, che siano stilistici, tematici o personali.

La categoria che voglio inaugurare oggi si chiamerà

Connections

Il nome di certo è la cosa più importante in qualsiasi progetto, ma specialmente letterario, e specialmente quando si vuole mettere in quel progetto qualcosa di sé.

Bisogna distillare più senso possibile in un’unica frase, o addirittura in un’unica parola. Trovare un filo conduttore che tocchi tutto quello che si vorrà dire, che intrecci tutto quello che si potrà pensare, che leghi tutte le idee senza costringerle troppo.

Connection, in inglese, vuol dire tante cose. E già questo è un po’ un trucco per ingannare la costrizione spaziale del “titolo”. Un gioco in cui indulgo sperando di essere perdonato solo perché ci sono ragioni sensate per scegliere questa parola.

Il significato più naturale, di certo più vago e forse più importante, è quello, facilmente intuibile anche da chi l’inglese non lo sa, di “connessione”, “associazione”. Io sono definito più d’ogni altra cosa dalla capacità della mia mente di indovinare associazioni tra la diversità delle percezioni sensoriali ed emotive. Nelle nostre associazioni mentali c’è la memoria, la felicità, l’unica possibilità di una soddisfazione che superi il piacere del momento.

Tra le connessioni che mi piacciono di più ci sono le analogie. Mi piacciono così tanto che a volte confondo le due cose. In realtà le analogie sono solo quel tipo particolare di connessione generato da una similitudine, di forma o di sostanza; sono le connessioni preferite ai matematici, come qualcuno di cui non ricordo il nome ha sottolineato: “Un bravo matematico trova analogie tra i teoremi. Un ottimo matematico trova analogie tra le teorie. Il matematico geniale trova analogie tra le analogie”.

D’altra parte, qualsiasi legame tra due concetti o pensieri distinti è una connessione. Un legame che può – e spesso è – personale, aggregato su frammenti di esperienze, musiche e profumi che da tempo sono sprofondati nell’inconscio. Io, per fare un esempio, trovo che le cicogne siano presenti in molti momenti significativi.

Se selezioniamo un particolare tipo di connessione – quella tra madre e figlio, per esempio – ed estendiamo il concetto, arriviamo a un’altra accezione dell’originale connection, ovvero di legame tra due persone. Se l’intendiamo dal punto di vista affettivo, è certo e banale che le persone con cui abbiamo avuto contatti sono i mattoni della nostra esistenza. Ma qui le connessioni più interessanti sono quelle appena sfiorate. Quelle siglate da uno sguardo attraverso il finestrino del tram, da una conversazione origliata, da un bicchiere sfumato di vino sconosciuto; che anche solo in un pensiero infinitesimo hanno portato la nostra persona più lontano di quanto mai viaggerà.

Infine, e molto appropriatamente visto che sto scrivendo su un treno, connection vuol dire “coincidenza”. Nel senso di scendere da un treno in una stazione e salire su un altro, che probabilmente continuerà in una direzione diversa da quella che seguiva il primo. Una semplice tappa intermedia, forse, o una fermata troppo attesa, il valore di un viaggio troppo lungo, smettere per un attimo di correre verso casa e fermarsi ad ascoltare il tempo che scorre senza che, per una volta, possa farci nulla di male.