Gelato senza scelta

A tutti piace il gelato. Io ultimamente ho imparato ad apprezzare quello fatto in casa con la gelatiera: è davvero facile, oltre che divertente, e la qualità incredibile. Soprattutto se si riesce a metter le mani sulle uova fresche di qualche amico campagnolo.

Comunque, andare in gelateria è una tradizione da sempre associata a un grande rilascio di serotonina, e anche il solo pensiero mette di buon umore – non solo me, ma penso moltissimi altri.

C’è però una parte del millenario rito che stona – ed è la fatidica scelta, non appena entrati nel refrigerato antro delle meraviglie, dei gusti da mettere sul cono (se prendete la coppetta, non datevi pena di proseguire con la lettura: avete problemi ben più gravi da affrontare).

La scelta divide i palati in mille correnti e controcorrenti, pensieri, religioni e teorie. Faide sanguinolente dividono i puristi delle creme dagli irriducibili della frutta, e terribili battaglie furono combattute sulla linea che divide lo yogurt ai frutti di bosco dal sorbetto ai frutti di bosco.

Senza contare che i nostri tempi vedono un proliferare di varietà astruse d’ispirazione multietnica-multinazionale-multiculturale, nonché colori che spaziano dal verde chiaro al blu cobalto.

La sto facendo lunga, ma il punto è questo: a tutti gli indecisi cronici per cui la ferale scelta getta un’ombra scura sul lubrico atto del gustarsi il proprio gelato, ecco la mia proposta.

Gelateria senza scelta. Il gelataio, di buon mattino, si reca al mercato, o dal suo fornitore di fiducia, sceglie l’ingrediente che lo attrae – quel giorno – di più, e produce una buona misura di una sola varietà di gelato.

Ai clienti, piacevolmente stupiti inizialmente, rimarrà solo da scegliere la dimensione del loro godimento – scelta di ben altro spessore da quella che dà titolo al pezzo. Verranno dunque serviti dell’unico gusto disponibile, quel giorno, nella bottega, potendo così gustare pienamente del meritato gelato. Senza l’ansia d’immaginare la possibilità di una scelta migliore, di un’occasione perduta di assaporare il “caramello indiano edizione limitata”, senza la cupidigia di una disponibilità che sempre oscura le nostre possibilità di sperimentare.

Et voilà, l’idea commerciale è sul piatto. Ora, chi sa, faccia.

Come sempre, i commenti sono i benvenuti. Specie quelli poco costruttivi (di solito i più divertenti).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *