Aeroportuale

Non avrei mai immaginato che concludere la mia avventura torinese sarebbe stato così facile. I passi sulla passerella sospesa, poi su per la scala, il livello alcolico nel sangue degno di un barbone di via Sacchi alle 10 del mattino, e poi il pushback, approvato in un attimo – meraviglie di un piccolo aeroporto alla fine della giornata operativa – le luci della pista, il motore a pochi metri, se potessi allungare la mano fuori dal finestrino quasi lo toccherei, quest’ippopotamo di metallo rotante rovente che ci spinge su verso le alpi, e poi la virata, i flap che vengono su, tutto come in un film già visto ma sempre amato, se ci fosse un malfunzionamento adesso la morte arriverebbe dolce e rapida come una benedizione nel giorno di Pasqua, soliti pensieri in varietà diversa a seconda del giorno, ora direi angelica, la varietà intendo, e tempo di scrivere due pensieri, di perdersi nelle luci della notte, ed ecco Torino è già lontana, Superga è già lontana, Superga che ancora dall’aeroporto svettava sulla collina nera come un faro, e ora nelle luci delle città colline paesi non c’è già nulla di conosciuto, di questo Piemonte adottivo così poco esplorato, così grande e così ingeneroso nel regalare esperienze ed emozioni.

Però sai cosa, il mare, quello lo si riconosce subito, e altrettanto le luci che gli si spalmano addosso, luci di Genova, porto – aeroporto! – e tutta la costa giù fino a boh, portofino forse, Genova che sembra piccola da quassù, e addormentata, accoccolata sulle colline e nelle valli, Genova la cui ferita non si vede, o forse si intravede, ma chissà cosa è vero e cosa immaginazione, e ora saremo a otto nove diecimila metri da terra e sì, la serata è limpida, il ponte è alto, però l’abbiamo visto solo nelle foto e nei telegiornali.

E poi l’Italia si srotola nelle luci che ne disegnano un’anatomia notturna – La Spezia e il suo golfo, e quelle saranno Massa, e Carrara, e la Toscana, e poi realizzi d’essere sopra al mare, imbuto vuoto che sembra da qui meno scuro dell’appennino, che strano, e però delle luci che intravedi laggiù non puoi che diffidare: saranno luci di nave, o riflessi di sogno, o ricordi di mitologie dimenticate? Te l’ho detto, un battito di ciglia e Torino non c’è più. Il sudore, la morsa dell’amore che sbrana le carni, la noia inacidita dei pomeriggi andati, il gioco, le notti, il canto di una vita che si srotola come una corda di violino tra cortili riarsi e portici bagnati, un tiro in porta, proprio sotto al sette, una penna che scrive sotto le travi di legno di una mansarda al quinto piano, o diecimila metri sopra il Tirreno.

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