Televisione spazzatura

“Chi dice ‘io non sono razzista, ma..’ è un razzista ma non lo sa”

Willie Peyote

Il mio snobismo verso la televisione è nato in famiglia. Mio padre dimostrava un quasi politicizzato rigetto dei media (dopotutto, io sono cresciuto negli anni d’oro della Mediaset di Berlusconi), che si stemperava in programmi educativi (SuperQuark) e qualche show intellettualoide con Mentana o Fazio.

Avendo poi abbracciato la liberalizzazione dello streaming, di Netflix e di Youtube (che meriterebbe un analisi a parte, avendo trasformato l’internet e la società dei media per più di una volta all’interno della sua storia poco più che decennale), ho definitivamente abbandonato la scatoletta nera. Che nel frattempo è diventata un nero monolito del genere Odissea nello spazio, ma vabbè.

Ieri ho deliberatamente acceso la poco utilizzata tv del mio appartamento condiviso, ed ero così stanco di queste Domeniche pomeriggio che arrivano inesorabili, con il pacco di camicie da stirare per la settimana e l’incombente fastidio del Lunedì, che mi è mancata persino la forza di attaccare il laptop con uno dei film nella cartella “da vedere”, o Netflix con una delle serie sospese nel limbo del “quando avrò tempo”.

Ferro fumante in mano, mi sono quindi adagiato nello sfogliare i canonici 6 canali – sarebbe stato imprudente per un inesperto del mio calibro spingersi oltre nella rigogliosa selezione che l’attuale iterazione della TV digitale ci propone – soffermandomi dapprima sul terzo. C’era un signore – non giovane, non vecchio – adagiato su un divano, lo studio era disordinato e sfoggiava colori brillanti ma non moderni. In alto a destra, un banner segnalava che a breve si sarebbe trasmesso uno speciale sulla tragedia del ponte Morandi. Ed ecco il conato usuale, il senso di rigetto per questa televisione pervasiva e pubblicitaria, che ricama sulle storie senza aggiungere, senza aiutare la coscienza e la critica pubblica.

Ma, nel frattempo, si parlava di musica, della musica che Genova ha dato all’Italia, e i ritagli di televisione impolverata, una televisione di vinile, si mischiavano alle poche, semplici parole che l’uomo non giovane, non vecchio raccontava a un altro uomo, d’età analogamente indefinita, ma con barba più lunga. Storie di poco impatto, raccontate quasi scherzando, ma con la vena di rispettosa malinconia che il passato impone.

Questi 10 minuti di televisione riservata e gentile, con un sapore d’altri tempi, schiacciata tra la pubblicità degli assorbenti e madri in lacrime esposte alla pubblica compassione, ha fatto affiorare una memoria trascurata.

Quando andavo alle elementari, o forse alle medie, non sono sicuro – c’era un maestro nella mia scuola di cui noi ragazzini dicevamo le peggio cose. Ovviamente non c’era niente di strano nei pettegolezzi, nelle cattiverie e nelle malignità nei confronti del corpo insegnante, e certamente ad alcuni più d’altri toccava il grosso dell’attenzione dei ragazzi. Ma il maestro di cui parlo era bersaglio di denigrazioni subdole e forse – purtroppo – significative di quello che siamo senza le briglie della cultura. Si diceva che portasse il parrucchino per celare la calvizie, si diceva che fosse gay, e qualcuno raccontava che addirittura vivesse con un altro, con un uomo.

E io, che tra tutti i ragazzini ero probabilmente quello più sfigato, anche io andavo dietro a tutti e ne sparlavo, con disprezzo e quel senso di superiorità non opinabile. Non mi sono mai chiesto se ci fosse del giusto in quello che facevo. No, aspetta: me lo sono certamente chiesto. Ma invece di cercare una risposta un pelo più a fondo, ho continuato a vivere la mia vita di tutti i giorni, che comprendeva lo scherno collettivo verso il diverso tanto quanto la merenda o l’obbligo di lavarsi i denti.

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